In the land of the rising sun
Travel journal of my adventure in my first ever asian country, Japan.
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Sono arrivato in Giappone da poche ore. Ora mi trovo di fronte al primo Torii che abbia mai visto. Mi inchino e mi affretto a raggiungere Filippo, un mio caro amico e guida in questo viaggio, che davanti ha già iniziato a correre.
Prima però facciamo un passo indietro.
Capitolo primo
Dopo aver sorvolato l’Europa dell’est, una miriade di paesi-stan e la Cina, atterro infine in Giappone. All’atterraggio ci sono state delle turbolenze che hanno avuto il simpatico effetto di mescolare per bene i peperoni che Lufthansa mi ha servito a colazione. Ancora qualche minuto e avrei lasciato un Picasso sul pavimento dell’aereo.
Passati i controlli di frontiera, inizio ad ammirare per la prima volta questo nuovo, strano paese. I dipendenti dell’aeroporto camminano con delle campanelle legate alla cintura, in modo da non dover annunciare il loro passaggio in mezzo alla folla di viaggiatori.
Irene ci mostra il suo quaderno dei timbri Eki; l’inchiostro sulla pagina è ancora fresco. Subito chiedo dov’è che si trova il mitico primo timbro. Quanta ingenuità, ancora non sapevo che quel semplice gesto si sarebbe rivelato una condanna per il resto del viaggio.
Prima di lasciare l’aeroporto, il coordinatore Filippo ci fa installare sul telefono la travel card per accedere ai mezzi. In un momento che mi ha ricordato la prima volta che ho giocato a Pokémon, ho dovuto scegliere il mio starter fra Suica, Icoca e Pasmo. Alla fine, come per il videogioco, ho scelto lo starter azzurro e il pinguino ganzo di Icoca è diventato lo sfondo del resto del mio viaggio.
Eccomi quindi, come dicevo, di fronte al primo di innumerevoli Torii che incontrerò in questo viaggio.
I Torii sono dei cancelli; indicano il confine fra il mondano e il Sacro. Quando li si attraversa, bisogna fare un inchino. Ce ne sono di legno, di pietra, di rossi; alcuni antichissimi e altri nuovi di zecca. Non sai mai se dietro l’angolo troverai un altro Torii; l’unica cosa che sai è che quando ne vedi uno, sei in prossimità del sacro.
Vi invito quindi a varcare simbolicamente questi Torii e queste porte che ho fotografato e ad accompagnarmi nella scoperta di un paese che, fin dalle piccole cose, si presenta come un mondo a sé.
Capitolo secondo
Sto passeggiando lungo il sentiero pieno di ciliegi in fiore al parco di Ueno. La giornata non è delle migliori, manca il sole, ma l’impatto di questa via piena di Sakura non ne risente affatto. Ho avuto fortuna: il giorno prima di partire, hanno finalmente fiorito i ciliegi a Tokyo. Ormai, a causa del riscaldamento globale da noi causato, la fioritura è sempre più anticipata. Quest’anno, a causa di una gelata anomala, i ciliegi a Tokyo sono fioriti nel periodo storicamente “corretto”.
Quando fioriscono i ciliegi, inizia il periodo dell’Hanami, che è una di quelle parole che ti fa capire quanto diversa sia la cultura giapponese dalla nostra. Hanami, infatti, significa “ammirare i fiori” e si riferisce al costume giapponese di ammirare la bellezza transitoria dei fiori; è un atto così radicato nella loro cultura da avere una parola a sé dedicata.
Per il Giapponese moderno, l’Hanami consiste nel fare un picnic con amici o parenti seduti sul prato circondati da Sakura.
Proprio la brevità della vita dei Sakura, che in appena un paio di settimane perdono tutti i fiori, è al centro della pratica dell’Hanami: questa transitorietà si rispecchia perfettamente nella filosofia Giapponese del “mono no aware”, ovvero il “pathos delle cose”, che celebra il delicato equilibrio fra la gioia della bellezza e la malinconia per la transitorietà delle cose naturali.
Capitolo terzo
M’illumino d’immenso, la notte per le strade di Tokyo.
Sono entrato poco prima del tramonto in un locale per mangiare del Tonkatsu (spoiler: è una bomba) e quando sono uscito, la strada era più luminosa di come l’avevo lasciata.
Alzo lo sguardo e non vedo neanche una stella in cielo, neanche una costellazione familiare; gli unici corpi celesti che riescono, timidamente, a farsi vedere sono la Luna e i pianeti.
Dal momento che in Giappone le attività commerciali sono ovunque, anche ai piani superiori degli edifici, e spesso sono tantissime (tutte piccolissime), per avvisare la gente della loro presenza, l’unica opzione possibile è installare sulla fiancata del palazzo un’insegna luminosa con il nome e il piano su cui si trova l’attività. Basta poco perché le strade diventino un marasma incontrollato di insegne luminose.
E poi la folla. Soprattutto a Tokyo, le strade sono piene di persone: non finiscono mai. C’è un via vai di persone che non credo di aver mai visto neanche nelle grandi città europee. Dopotutto, con i suoi 32 milioni di abitanti, al momento Tokyo è la città più popolosa del mondo. Si sente eccome.
Nonostante questo, riesco a camminare più agevolmente a Tokyo in mezzo a 32 milioni di persone che a Matera la sera, quando di persone a passeggio ce ne saranno si e no 300. Forse c’è una lezione antropologica sotto, ma sono troppo affascinato dalle luci di Tokyo per pensarci.
Mi sono appena accorto che sopra il cinema IMAX di Shinjuku c’è un Godzilla che mi fissa, devo andare.
Capitolo quarto
Quando entro in un tempio in Giappone mi sento come quando mangio un Okonomiyaki: mi piace da matti, ma non capisco cosa ci sia dentro.
L’Okonomiyaki è uno dei piatti che mi è piaciuto di più della cucina giapponese. Si tratta di una sorta di pancake ripieno di tutto quello che passa il convento; il nome, infatti, si traduce con “Tutto quello che ti piace, alla piastra”. Praticamente, lo svuotafrigo in versione nipponica. È spaziale.
Le due religioni principali in Giappone sono il Buddhismo e lo Scintoismo, ma non vengono vissute come due filoni separati; anzi, vi è la tendenza ad accomunare elementi dell’una e dell’altra in una pratica chiamata Shinbutsu shūgō, che significa alla lettera “contaminazione di Kama e Buddha”.
Ecco quindi che in Giappone è perfettamente plausibile ritrovarsi a camminare nel tempio Kenchō-ji, che è il più antico monastero di addestramento Zen del Giappone, e ritrovarsi prima una statua di Buddha e subito dopo dei Karasu-tengu, ovvero dei guardiani tipici dello Scintoismo, che di solito accompagnano i Kami (le divinità Scintoiste), ma in questo caso, fanno la guardia al Daigongen, che è la manifestazione del Buddha nella forma di un Kami. Insomma, è un bel minestrone, pardon, Okonomiyaki, di roba.
Questo sincretismo ha avuto origine non appena il Buddhismo è stato importato in Giappone: piuttosto che abbandonare la propria cultura, i giapponesi hanno accolto il nuovo e hanno trovato un modo per far coesistere le due religioni assieme. La cultura, quando si mischia, non viene diluita o persa, ma dà vita a qualcosa di nuovo e più ampio. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando ci interfacciamo con persone e modi di fare diversi dai nostri.
Mi sta salendo l’acquolina in bocca, è tempo di mangiare un altro Okonomiyaki.
Capitolo quinto
Dopo una scorpacciata di street food per le strade di Kamakura, mi dirigo verso la spiaggia. Sono molto emozionato, sto per vedere l’Oceano Pacifico per la prima volta e non sto nella pelle.
Mentre sono lì a guardare le onde, un suono cattura la mia attenzione: è il suono di un motore che viene avviato. Mi volto e noto questo signore, che da qui in poi chiamerò Porco Rosso, che ha steso un paracadute sulla sabbia e indossa un’elica a motore. Dopo aver accuratamente dispiegato il paracadute, attende la giusta folata di vento per partire.
A un certo punto inizia a correre, il paracadute si gonfia e si alza da terra, il ronzio dell’elica a motore si intensifica. Sta per spiccare il volo quando il paracadute si sgonfia, torna a terra e il signore che fino a poco fa correva si ferma e inizia a raccogliere il tutto per tornare alla posizione di partenza.
Dopo circa mezz’ora e vari tentativi inconcludenti, mi siedo sulla sabbia per riposare. Sto quasi per chiudere gli occhi quando sento una folata di vento accarezzarmi il volto e il rumore dell’elica a motore cambiare decisamente tono. Di scatto mi volto e vedo Porco Rosso a un metro da terra, appena decollato.
You did it, you crazy Sir on a beach, you did it!
Tutti noi, da bravi italiani quali siamo, esplodiamo in un boato di festeggiamenti e applaudiamo il nostro signore volante, mentre tutti i giapponesi intorno non sanno se guardare lui o noi.
Dopo una sorvolata dell’intera spiaggia, Porco Rosso sorvola le nostre teste come segno di riconoscimento del nostro tifo, noi ancora una volta applaudiamo e festeggiamo, poi il signore ci atterra di fronte, smonta dal paramotore e ci viene incontro per conoscerci e fare due chiacchiere.
A colpi di google translate e gesti ci spiega che quel paramotore lo ha costruito lui da solo partendo da dei pezzi di un motorino. Ci racconta di questa sua passione e dell’emozione che prova quando vola sopra il mare.
Dopo una buona mezz’ora di chiacchiere, estrae una fotocamera un po’ vecchiotta dal suo zaino e ci chiede se possiamo farci una foto tutti insieme. Dopo lo scatto, ci salutiamo e lui ci lascia con una sola frase: “I’m happy”.
Capitolo sesto
La pratica dello Shoko consiste nel bruciare incenso in polvere dentro un calderone.
È un rituale che si esegue durante la preghiera mattutina ed è un modo per ricordare i propri antenati, che sono una parte fondamentale del Buddhismo. Sono così importanti che il monaco che sta officiando il servizio, in quella che potremmo definire la sua “omelia” prima dello Shoko, ci ha ricordato che noi tutti siamo il risultato dei nostri antenati: che ce li portiamo sempre dentro di noi.
Basta guardare indietro di 10 generazioni e abbiamo più di mille antenati, se risaliamo a 30 generazioni i nostri antenati sono più di un miliardo.
In effetti, essendo informatico, avrei potuto anche arrivarci da solo, essendo banalmente tutte potenze di 2, ma non ci ho mai pensato in questi termini.
E così, mentre sono qui, che cospargo un pizzico d’incenso nel braciere, inchinato davanti a tre monaci che cantano, mi soffermo un attimo a pensare a tutti i miei nonni; purtroppo da qualche anno ormai non ne ho più. Mi manca passare del tempo con loro.
Capitolo settimo
I sutra scritti sui rulli che accompagnano la salita al tempio Daisho-in ruotano uno dopo l’altro al passaggio della mia mano. Si dice che far ruotare i rulli sia equivalente a leggere i sutra che vi sono incisi, portando quindi alla stessa benedizione. È una gran cosa per gli analfabeti come me e, per di più, estremamente divertente.
Il tempio Daisho-in, situato sul monte Misen a Miyajima, è senza dubbio il tempio più bello che abbia visto durante questo viaggio. Si sviluppa principalmente in verticale, seguendo la conformazione del monte, e comprende numerose sale e templi sparsi in un cortile spazioso, affiancato da una cascata. La serenità che ho provato qui è indescrivibile.
Quasi sulla sommità del tempio si trova una sala, la caverna Henjokutsu (che, vi dirò, per i miei standard da materano è molto poco cavernica), dove ci sono 88 statue di Buddha a rappresentare gli 88 tempi che fanno parte del pellegrinaggio Shikoku, pare che seguire il percorso segnato a terra e passare davanti a ciascuna statua conferisca la stessa benedizione che si otterrebbe visitando tutti i templi. Adoro la comoda praticità del Buddhismo giapponese.
Sopra la caverna si trova l’Ichigandaishi, dove ci sono decine di mini statue di Buddha, e si crede che lì, sulla sommità del tempio, i desideri dei fedeli si avverino sempre. Eppure, ora mi trovo di nuovo in Italia, quindi qualcosa deve essere andato storto nell’inoltro della mia richiesta all’ufficio desideri.
Un altro motivo per cui amo questo tempio è la presenza di centinaia di buffe statue sparse per tutto il cortile. Questo guardiano con il nasone, alla base di una scalinata, è probabilmente il mio preferito.
Dopo la visita al tempio, ci siamo goduti il tramonto con vista sul meraviglioso Torii di Miyajima e, infine, la sera abbiamo fatto un bel picnic in riva al mare. Tolto il momento di panico quando un cervo ha oltrepassato la recinzione e cercato di ottenere il nostro cibo, è stato un magico e sereno picnic, fra le stelle e le onde.
Capitolo ottavo
Sono quasi giunto al termine del mio viaggio e di questo racconto, ma prima di condividere le mie conclusioni vorrei riflettere su un tema che ha attraversato tutta la mia permanenza in Giappone: l’impatto di noi turisti sui luoghi che visitiamo.
Crescendo a Matera, ho visto con i miei occhi come una città può trasformarsi da meta dimenticata a destinazione di fama mondiale. Ho visto le strade in cui giocavo a pallone con mio fratello riempirsi talmente tanto di turisti da dover rinunciare a quei due tiri d’estate. Ho osservato la riconversione dell’intero centro storico, passato da essere abitato dai materani a diventare un parco giochi per turisti.
Complice una serie di fattori politici ed economici, nell’ultimo anno il Giappone ha registrato il più grande afflusso di turisti della sua storia, causando molti disagi alla popolazione. Ha fatto scalpore la notizia di una città che, per scoraggiare i turisti dall’intasare il piazzale del supermercato Lawson per farsi la foto perfetta per Instagram, ha deciso di erigere una barriera che ostacola la spettacolare vista del monte Fuji situata alle spalle del negozio.
La straordinaria bellezza estetica del Giappone fa sì che sia anche il luogo perfetto per collezionare foto e video instagrammabili, portando all’emulazione di questo o quel reel che si è visto sui social.
Ritengo che come turisti sia importante cercare di non intaccare i luoghi che visitiamo, altrimenti il significato stesso della visita si perde. Infine, come fotografo, credo che la cosa più importante da tenere a mente sia cercare di essere il più possibile trasparente e discreto. Se questo non è possibile, allora è il caso di riporre la fotocamera.
Epilogo
Quasi non ci credo che sia finita. Fra 14 ore sarò a Vienna e poi si riparte alla volta di Milano. C’è una signora seduta accanto a Filippo che ha deciso di testare la stabilità dell’aereo ordinando un caffè, un succo d’arancia, dell’acqua e un’altra bevanda, e le tiene tutte contemporaneamente sul tavolino del sedile. Filippo sta sudando freddo; una turbolenza colpisce l’aereo e quasi sta per farsi la doccia. Finalmente, la signora decide di bere tutte quelle bevande.